Nel Basso Piemonte, tra le Langhe e il Roero, nasceva vent’anni fa un movimento destinato a diventare in tutto il mondo sinonimo di un’autentica nuova filosofia del cibo più consapevole dei valori della terra. La storia di Slow Food è legata a doppio filo a quella del suo carismatico leader, Carlo Petrini, detto “Carlin”. È passato dalla militanza nei gruppi della sinistra radicale al sodalizio con Dario Fo e il Club Tenco, fino alla svolta enogastronomica dei primi anni ottanta e alla nascita della Associazione degli Amici del Barolo, cui aderiranno personaggi noti come Roberto Benigni, Francesco Guccini e Ornella Vanoni.
È il primo nucleo di quella che diventerà, nel 1986, la lega Arcigola, che assumerà tre anni dopo il nome Slow Food con il “Manifesto del movimento internazionale” presentato a Parigi.
Dopo la fondazione di una fiorente casa editrice, negli anni Novanta, l’associazione partecipa al Vinitaly di Verona e organizza una serie di fortunati eventi gastronomici, culminati nel Salone del Gusto di Torino; si batte per la tutela dei prodotti tradizionali “a rischio di estinzione” dando vita ai Presidi Slow Food, in Italia e all’estero, e per diffondere una consapevole educazione al gusto, inaugurando le Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno.
I punti salienti della “filosofia slow” sono: la rivendicazione del diritto al piacere conviviale opposto all’omologazione del fast food; il recupero del valore della lentezza in contrapposizione ai ritmi frenetici della società contemporanea; l’assunzione di un nuovo senso di responsabilità nei confronti della produzione e del consumo del cibo, più attento alla salvaguardia dell’ambiente e alla qualità dei prodotti.
Questo impegno è stato poi confermato dalla grande assemblea di “Terra Madre” nell’ottobre del 2004, quando 4888 tra agricoltori, allevatori, pescatori e artigiani del cibo di 130 Paesi sono convenuti a Torino per discutere di biodiversità e di agricoltura sostenibile.
La Slow Food Revolution ha ricostruito le tappe e le conquiste di un movimento culturale tra i più significativi degli ultimi anni, invitandoci a rinnovare il rapporto con il cibo e a restituire nuova dignità al piacere della tavola.
Carlo Petrini, nel novembre 2010, ha pubblicato un libro: “Terra madre, come non farsi mangiare dal cibo” presentato nella trasmissione di F. Fazio “Che tempo che fa”. In questa occasione, Petrini ha rivisitato una frase di Olmi: “l’uomo mangia il cibo” trasformandola in :” l’uomo è mangiato del cibo”. Questo paradosso vuole far capire che questo sistema alimentare sta creando grossi problemi all’ambiente, alla salute delle persone, e alla società. Si è arrivati al punto in cui la fertilità dei suoli è compromessa perche abbiamo sempre chiesto troppo a madre natura. La biodiversità è minacciata perché vogliamo solo specie “forti” e tendiamo a lasciare da parte quelle “ deboli”.
La produzione intensiva del cibo ha come contraltare, non un aumento dei consumi, ma bensì un aumento dello spreco. Quindi il cibo non ha più il suo reale valore.
Petrini fa riferimento alle enormi quantità di prodotti commestibili che vengono buttati nella spazzatura: “I dati sono terribili: quattromila tonnellate di cibo al giorno sprecati solo in Italia, ventiduemila tonnellate al giorno negli USA. Molte persone si fanno attrarre dalle grandi offerte:
“ prendi 3, paghi 2”; ma alla fine ne consumano solo 1 e 2 vengono buttate. Questa è la realtà… Basta aprire i nostri frigoriferi per vedere la situazione di spreco che noi legittimiamo tutti i giorni…”
Secondo i dati FAO (Food and Agriculture Organization) nel mondo si produce cibo per 12miliardi di persone, la popolazione mondiale è di 7 miliardi di cui quasi un miliardo soffre la fame e un 1 miliardo e 700 milioni di persone soffrono di obesità, diabete e malattie derivate dall’alimentazione. Petrini sottolinea come “Bisogna tornare ad avere un rapporto più sano con la natura. Nel 1950 il 50% della popolazione italiana era contadina, quindi strettamente legata al terreno e alla natura. Oggi siamo sotto il 3%. E di questo 3% il 60% ha più di sessant’anni. Riflettiamo sul fatto che non mangeremo computer o comunicazione…”.
Bisogna quindi puntare sul sostegno ai piccoli contadini che producano cibi sani e di qualità. Ma questo cibo non deve essere solo per l’èlite, ma per tutti. E per fare in modo che questo avvenga Petrini ribadisce le 4 semplici regole:
- Tornare al cibo locale, quindi agricoltura vicino a casa.
- Tornare al valore della stagionalità, i prodotti di stagione costano di meno.
- Riduzione dello spreco, è calcolato che una buona spesa può fare risparmiare tra i 400-500 euro all’anno a una famiglia.
- Tornare alla cucina degli avanzi (per esempio la ribollita, fatta con il pane raffermo).
Con queste semplici pratiche possiamo spendere meno e mangiare cibi di qualità.
Sempre nella trasmissione di Fazio, “Carlin” racconta che è stato ricevuto alla Casa Bianca per discutere del terribile problema che invade l’America: l’obesità. Questo dramma è un costo enorme per gli USA, e si sta cercando una soluzione attraverso il sostegno proprio ai piccoli contadini visti come possibilità di fornire al consumatore americano una salutare “medicina” contro l’obesità indotta dai cibi “spazzatura”.
Ma la vera “barzelletta” è che, mentre gli Stati Uniti stanno cercando di migliorare l’alimentazione di tutti, sostenendo il biologico, lo Stato italiano promuove il “big Italy”, il nuovo panino di Mc Donalds con carne italiana, salsa di carciofi, pomodoro e cipolla. È una cosa assurda. In Italia abbiamo migliaia di imprenditori che vanno in giro per il mondo a far conoscere la vera cucina italiana senza avere mai avuto un supporto da parte dei ministeri mentre questo sandwich è stato riconosciuto gratuitamente a una multinazionale che dell’Italia non ha il minimo interesse.
Petrini sottolinea ancora che un altro grande problema italiano sono gli allevamenti di carne. Si pensi che se tutto il mondo consumasse la carne che consumiamo noi italiani non basterebbero 3 pianeti per allevare il bestiame necessario. Quindi non bisogna necessariamente diventare vegetariani, ma basta avere un po’ di saggezza e ridurre i consumi.
In Italia abbiamo un patrimonio alimentare straordinario, con prodotti che non possono essere copiati e riprodotti da nessun altra parte. Rispettiamo il nostro pianeta e la terra del domani.


